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Il Mestiere del Carbonaio

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Mar, 18/10/2011 - 16:26 - Alessandra Lezzi

Erano anch’essi, a loro modo, degli emigranti: abbandonavano – spesso soli, spesso assieme al resto della famiglia – le loro piccole comunità dall’inizio della primavera sino all’autunno inoltrato, per trasferirsi in montagna.

Erano i carbonai, antico mestiere di cui si è persa la memoria. Nel cuore della foresta umbra – che di queste anime ne ha viste passare parecchie – hanno ricostruito una piccola capanna, per ricordarne usi e abitudini. Il loro lavoro consisteva nel tagliare la legna, preparare la carbonaia e produrre sino a otto quintali di carbone, che poi veniva redistribuito in paese per gli usi che conosciamo.

Formaggio, polenta, frittata di cipolle, erba e minestra di fave erano il loro pasto. Da soli, ogni anno, costruivano la capanna, loro “residenza” per l’intera stagione. Alta circa due metri, con un solo ingresso e nessuna finestra, veniva realizzata naturalmente con dei pali di legno: al suo interno pochi indispensabili suppellettili: le rapazzole, di fatto i loro letti, erano costruite con dei pali posizionati a circa 35 centimetri dal terreno, una sull’altra…frasche e rametti fungevano da materasso, le balle di carbone da coperta. Una panca e due sgabelli, spesso peraltro posizionati all’esterno per ragioni di spazio, erano il posto dove sedersi a consumare i pasti alla fine della giornata.

Il lavoro più impegnativo era la costruzione della carbonaia. La “piazza” dove costruirla doveva essere livellata orizzontalmente e, laddove possibile, si sceglieva il posto utilizzato negli anni precedenti, poiché la terra cotta garantiva una carbonizzazione migliore del legname: quando questo non era possibile si mischiava la terra mista alla cenere di altre carbonaie con quella “fresca” scelta per la stagione in corso. Poi iniziava la costruzione vera e propria: primo passo era la costruzione della “rocchina”, di fatto il camino della carbonaia: tre pali di due metri venivano interrati, formando tra loro un triangolo equilatero, e legati da due cerchi: un primo accatastamento di legna in posizione verticale era l’inizio della “volgitura”.

La carbonaia cominciava così a prendere forma, con la legna posta, strato dopo strato, in posizione gradualmente inclinata sino a formale una cupola, con un raggio di base che poteva avere dai due ai tre metri. A questo punto iniziava la parte davvero più difficile: regolare l’afflusso di aria e l’umidità. Nella parte sottostante e sino ad un’altezza di circa ottanta centimetri, e poi ancora sulla parte più alta del “camino” venivano messe le “piote”, ossia delle zolle di erba, spesse circa dieci centimetri, utili a proteggere e creare stabilità alla struttura.

Tutto il resto della carbonaia veniva poi ricoperto con la “pasticcia”, un miscuglio di terra zappata, argilla, erba, residui vegetali, sabbia e foglie che serviva per mantenere l’umidità ed evitare che la terra penetrasse tra la legna, lasciando al contempo il giusto livello di traspirazione. Poi finalmente si dava fuoco, mantenendo il rogo ad una temperatura che doveva necessariamente aggirarsi tra i duecento e i seicento gradi centigradi.

Questo avveniva inserendo dei piccoli pezzi di legno dalla bocca della carbonaia, e poi numerose braci. Dopo di che, tutt’intorno alla base venivano creati dei cosiddetti fori di respiro, a circa un metro di distanza l’uno dall’altro. Quando, dopo qualche ora dall’accensione, il fumo iniziava a uscire dalla bocca della carbonaia, si inseriva altra legna, poi si chiudeva sì da far uscire poi il fumo dai fori alla base.

La carbonaia veniva in questo modo alimentata per quattro o cinque giorni, fino a quando una fiammata nella parte più alta “annunciava” l’inizio della carbonizzazione, che durava per un’altra decina di giorni, fino a che sulla “piazza” restava il carbone, che – raffreddato con numerose palate di terra e poi messo nei sacchi – veniva poi portato giù in paese dai vetturini. Il legname maggiormente utilizzato era quello di faggio, abete, larice, frassino, castagno, cerro e pino. Per una carbonaia di 100 quintali ci volevano 8 quintali di legna per alimentarlo. Nel corso della carbonizzazione la legna diminuiva del suo volume del 40% e del suo peso dell'80%.

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